messaggio io Gordon

Il ‘messaggio io’ per gestire comunicazioni difficili senza offendere gli altri

Spesso quando comunichiamo usiamo il 'messaggio tu' senza farci caso. Siamo molto bravi a fare osservazioni come:

  • 'Sei in ritardo'
  • 'Mi dovevi mandare quella mail'
  • 'Non hai portato fuori la spazzatura'
  • 'Hai fatto un errore'
  • 'Mi fai arrabbiare'

In inglese si usa sempre il soggetto. In Italiano, invece, è sottinteso e quindi sarebbe meglio dire che parliamo in seconda persona. Ti sarà capitato che qualcuno ti ha detto: 'mi fai arrabbiare' oppure 'dovevi fare così...'.

Come ti fa sentire? Come reagisci? Solitamente si finisce a discutere o a litigare.

La tecnica del “Messaggio Io” può essere un valido aiuto per comunicare in maniera più efficace in ogni situazione. Diventa particolarmente efficace per gestire comunicazioni difficili oppure persone che ti mettono particolarmente in difficoltà.

Se inizi a sfruttarla riuscirai a affrontare argomenti e temi delicati, senza offendere l'altra persona. Imparerai come mantenere un atteggiamento aperto e diretto. Diventerà anche un grande aiuto per comunicare in maniera assertiva.

Messaggio io: definizione

Il messaggio io è una tecnica di comunicazione efficace sviluppata dallo psicologo Thomas Gordon. Citata per la prima volta in un suo scritto del 1970, in cui spiegava il suo metodo per formare genitori a comunicare con i figli. Viene definita anche 'tecnica del confronto'.

La tecnica del messaggio io può essere tradotta come tecnica del parlare in prima persona. Con questo semplice accorgimento infatti è possibile evitare reazioni negative negli altri.

Un esempio è dire 'ti ho aspettato da mezz'ora e la cosa mi ha proprio dato fastidio' rispetto a 'tu sei un ritardatario, mi hai fatto aspettare mezz'ora'.

Come funziona il messaggio io

Il messaggio io si basa sul dichiarare i propri sentimenti rispetto a ciò che crea disagio. Ma anche nell'esplicitare i nostri desideri e alle nostre aspettative, parlando di ciò che vuoi tu e non di cosa si dovrebbe fare.

In tale tecnica non vi è alcuna valutazione della persona che compie l’azione (contrariamente al 'messaggio tu'), ma la semplice informazione rispetto agli effetti del suo comportamento e dei sentimenti, delle emozioni e delle reazioni che provoca in noi.

Il nome deriva da una traduzione letterale dell'inglese dove viene sempre utilizzato il pronome. Per un inglese è normale iniziare le frasi con 'I', ovvero 'io'. In italiano invece è meglio evitare di ripetere e affermare 'io'.

Oltre a essere poco cortese può indispettire l'altra persona. Se, ad esempio, sei un po' infastidito è facile porre troppa enfasi maggiormente su 'io' piuttosto che sul messaggio.

Per questo motivo, in italiano sarebbe meglio parlare semplicemente d​ell'importanza di esprimersi in prima persona.

Quindi...

  • 'Sei arrabbiato' diventerà: 'mi sembri arrabbiato'
  • 'Si potrebbe parlare a Marco del problema' diventerà: 'potrei parlare a Marco del problema' o 'puoi parlare a Marco del problema?'
  • 'Devi darmi quei documenti' diventerà: 'ho bisogno di quei documenti'

​La frase ternaria

Questa tecnica veniva chiamata anche frase ternaria proprio perché si compone di tre parti:

  1. Descrizione del comportamento che crea problemi senza esprimere giudizi ('quando tu...')
  2. Descrizione dell’effetto concreto che provoca su di te il comportamento ('succede che...')
  3. Descrizione degli effetti soggettivi del problema su di te ('io...')

Così 'sei sempre in ritardo!' può diventare:

'Quando arrivi in ritardo, dobbiamo ripetere quello che abbiamo detto e finiamo per perdere tempo, rischiando di fare meno oppure finire più tardi del previsto. Questo mi irrita e mi lascia anche di cattivo umore perché devo rivedere i miei piani della giornata'.

Questi vengono anche detti messaggi di responsabilità. Perché se ti esprimi così, ti assumi la responsabilità di come ti senti, della tua situazione, dei tuoi pensieri e delle tue emozioni. Senza colpevolizzare gli altri di come ti fanno sentire.

Prendendo l'abitudine di esprimerti in prima persona, sei anche portato a fare un'analisi della tua situazione. Anche solo nel momento in cui ti esprimi in prima persona, sei costretto a trasformare la tua frase. Questo ti porta a essere consapevole del tuo modo di sentirti e di assumertene la responsabilità.

Facendo così non colpevolizzi l'altro. Però fai una richiesta adulta e diretta di cosa vuoi, dicendolo in maniera esplicita. Questo scarica solo la giusta parte di responsabilità sugli altri, però provoca una maggiore collaborazione rispetto ad altri modi di esprimersi.

Infatti quando impari a esprimerti in prima persona, gli altri invece che arrabbiarsi come succede con i messaggi in seconda persona, si sentono considerati e utili. Di conseguenza sono più disponibili e collaborativi.

Quindi...

  • 'Non ti sopporto più' diventerà 'quando tieni il volume alto, il suono non mi permette di lavorare e io mi innervosisco'.
  • 'Non puoi sempre fare finta di niente' diventerà 'ho l'impressione che tu non ti voglia esprimere ma vorrei sapere la tua opinione. Quando ti chiedo spiegazioni e mi dici di lasciar perdere mi sento frustrato e deluso'.

Come puoi notare dall'ultimo esempio, il semplice iniziare a parlare in prima persona ti porterà a cambiare completamente ciò che dici. Riuscirai a esprimerti in maniera molto più chiara affermando ciò che pensi e che vuoi.

Mentre allo stesso tempo riuscirai a esprimere critiche costruttive facendoti però carico di quello che tu pensi e di come tu ti senti. In questo modo non scarichi addosso la responsabilità all'altro di come lui ti fa sentire. Questo aspetto riuscirà a portare due grandi vantaggi:

  1. Nessuno ti può dire che non è vero che tu ti senta così; mentre se dici 'mi fai arrabbiare' l'altro si sente accusato e inizierà a sostenere che non è vero che ti fa arrabbiare.
  2. Crei un clima collaborativo in cui non dai la colpa di come ti senti all'altro, ma lo informi semplicemente delle conseguenze del suo comportamento mentre ti ritieni comunque responsabile del modo in cui reagisci.

5 aspetti da tenere a mente

  1. Prova semplicemente a dire che ti stanno causando un problema e non che lo devono risolvere. Dai l'opportunità agli altri di esserti d'aiuto.
  2. Prova a essere attento alle tue reali emozioni. La rabbia è spesso un'emozione secondaria, che viene dopo i tuoi reali sentimenti su un problema. Inoltre, è poco utile per creare un clima collaborativo.
  3. Prova a chiederti: 'cosa ho paura che succeda?'. Molto spesso i comportamenti degli altri che non riusciamo ad accettare minacciano qualcosa a noi caro.
  4. Prova un secondo messaggio io, più forte, se il primo non funziona.
  5. Dedicati ad ascoltare attivamente gli altri e aumenterai le possibilità che loro ti ascoltino a loro volta. Utilizza l'ascolto attivo assieme al messaggio io.

Osservare e valutare

C'è molta differenza tra osservare e valutare. Purtroppo siamo abituati a essere valutati fin da bambini e spesso lo facciamo di continuo senza neanche accorgercene.

Marshall Rosenberg, psicologo allievo di Carl Rogers, tiene seminari in tutto il mondo sulla comunicazione e uno delle competenze a cui da più peso è proprio imparare a osservare senza valutare.

Prova a fare caso a quando valuti gli altri e il loro comportamento. Prova anche a fare uno sforzo per iniziare a osservare semplicemente il loro comportamento.

Il messaggio io in quattro parti

La Ohio Commission on Dispute Resolution and Conflict Management ha proposto un messaggio io in quattro parti:

  1. Prenditi la responsabilità delle tue emozioni descrivendo quello che provi "mi sento_____"
  2. Descrivi il comportamento dell'altro che crea il problema "quando tu_____"
  3. Chiarisci il rapporto tra comportamento ed emozione: descrivi le conseguenze del comportamento su di te "perché mi_____" 
  4. Mostrati aperto a lavorare per risolvere il problema "possiamo risolvere la cosa?"

In alternativa al punto 4 puoi semplicemente esprimere ciò che desideri con un universale “io voglio/vorrei”. Non aver paura di esprimere ciò che vuoi, ma cerca di essere aperto al compromesso.

Con la frase: “sono triste – quando non mi ascolti – perché mi sento ignorato – e vorrei che tu dedicassi più attenzione a quello che dico” si otterranno sicuramente più risultati che non utilizzando i messaggi tu:

E’ colpa tua – quando non mi ascolti – perché mi ignori – non dovresti comportarti così”. Nell’ultimo caso l’interlocutore si offenderà o si arrabbierà e probabilmente attiverà un atteggiamento di difesa che interferirà con la comunicazione.

In questi casi non si collabora per una risoluzione ma si finisce in una lotta per avere ragione. Mi fai stare male/non sono io il problema. Mi ignori/non è vero. Si dovrebbe fare diversamente/no si deve fare così.

Utilizzare la tecnica del messaggio io è indispensabile quando si attraversa una situazione di difficoltà dettata dagli atteggiamenti altrui. Un grande pregio di questa tecnica è quello di non valutare direttamente la persona, ma la sua azione: non “tu sei”, ma “io sento”.

Cosa non dire a qualcuno che ti sta dando fastidio

  • 'Non so come dirgli che il suo comportamento mi dà fastidio, ho paura di offenderlo e allora sto zitta'
  • 'Quando gli chiedo di cambiare comportamento si arrabbia e finiamo sempre per litigare'
  • 'Io glielo dico, ma tanto continua a fare come gli pare'

Questi sono solo alcuni esempi in cui una persona è infastidita dal comportamento di qualcun altro. Vorrebbe che l'altro smettesse o cambiasse modo di fare, ma utilizza un modo di comunicare che spesso è inutile o anche dannoso. Infatti, è facile finire a discutere e a litigare.

Molto spesso quando siamo infastiditi dagli altri commettiamo alcuni errori.

Solitamente generalizziamo ed etichettiamo. Usando quindi espressioni come 'sei sempre il solito', 'sei un ritardatario' o 'sei inaffidabile'. Se dico 'sei in ritardo' descrivo un comportamento. Se dico 'sei sempre in ritardo' generalizzo. Se dico 'sei un ritardatario' sto etichettando.

Oppure scarichiamo la responsabilità di come ci sentiamo sull'altro dicendo 'mi fai arrabbiare', 'mi fai sentire in colpa' o 'mi fai stare male'.

Questo solitamente provoca una difesa da parte degli altri che può prendere due direzioni: attacco (rabbia e aggressività) oppure fuga (comportamento passivo).

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Bibliografia

  • Gordon, T. (1970). P.E.T. Parent Effectiveness Training: The Tested New Way to Raise Responsible Children. David McKay Company.
  • Gordon Training International. (2012). The Do’s and Don’ts of I-Messages. Disponibile da
    http://www.gordontraining.com/leadership/the-dos-and-donts-of-i-messages/
  • Hasson, G. (2014). How to deal with difficult people: smart tactics for overcoming the problem people in your life. John Wiley & Sons.
  • Corte Suprema dell'Ohio. (n.d.). Dispute resolution. Disponibile da
    http://www.supremecourt.ohio.gov/JCS/disputeResolution/
  • Miller, W. R., & Rollnick, S. (2004). Il colloquio motivazionale. Preparare la persona al cambiamento. Erickson.
  • Rosenberg, M. B. (2003). Le parole sono finestre [oppure muri]: introduzione alla Comunicazione Nonviolenta. Esserci edizioni.
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